Staje luntano da stu core, a te volo cu ‘o penziero.

La mia quarta volta a Napoli, la mia prima al San Paolo.

Sabato 4 gennaio 2014, ore 16.10, atterriamo a Capodichino. Si aprono le porte e vedo Gino che, ispirandosi al mio nome d’arte ‘a sleepless mind’, ci aspetta con un cartello che è già Storia: O’Slip e o frat. Pensate alla gente intorno a lui cosa deve aver pensato; è come se una persona si mettesse a Malpensa con un cartello con scritto la mutanda e il fratello o in un qualsiasi aeroporto di Londra con the underpant and his brother. Io rido tantissimo, anzi, riderò dippiù. Ci abbracciamo e cominciamo a parlare come fossimo due vecchi amici, in verità non ci siamo mai visti prima: il potere del web, l’onore di essere parte dei Malati Azzurri.

foto 5Con mio fratello e Alberto, un amico di Gino, ci rechiamo verso casa, un delizioso appartamento in corso Umberto I, in pieno centro storico, per scaricare gli zaini e poi ci addentriamo nelle vie del centro: via San Gregorio Armeno, con i suoi celebri (e, per me, noiosi) presepi, le chiese e le madonne di Napoli, una foto nel Duomo con il busto di San Gennaro; anche se non si potrebbe, Gino mi ci scaraventa per immortalarmi con le mani congiunte (che Marylin Manson: addà passà acqua sott e pont!). Ad un certo punto passiamo accanto ad un caffè, in cui Gino dice che ci dobbiamo fermare assolutamente: ci fa vedere questo altarino un po’ kitsch dove viene custodito un capello di Diego: “se cercate su uilk-pedia mi trovate subito” ci dice fiero il proprietario del bar. Cercate anche voi. La mitica SpaccaNapoli, galleria Umberto I, piazza Plebiscito; tutte zone che avevo già visto, ma non con le lucine di Natale; gli addobbi natalizi sono strepitosi, davvero azzeccati. È ora di cena, quindi ci rechiamo da “Nennella”, una trattoria tipica e di buon comando, nei Quartieri Spagnoli. Lì, finalmente, conosco anche Renata, un’altra dei Malati. Intanto, quelle fitte tremende alla testa, che avevo sentito in aereo atterrando, si palesano: volare con il raffreddore non fa bene, soffio fuori sangue che, unito alla mia ipocondria, può essere devastante. Ma va bene così, il Napoli è sangue e passione. Torniamo a casa per un caffè e un amaro, poi Renata ci fa il letto. Tolte mamma e nonne, solo Lynne, la mia ‘mamma’ acquisita scozzese, mi aveva fatto il letto: Renata è già famiglia.foto (3)

Il giorno dopo ci svegliamo con discreta calma e andiamo a comprare la carne per o raù: ci vogliono dieci ore di cottura per preparare un ragù napoletano come si deve, mi dice Gino. Pizza da “Sorbillo” (una delle migliori pizzerie di Napoli che sogno dall’ultima mia visita partenopea) con Paolo, un ragazzo che si è trasferito a Busto Arsizio, nella mia città, ormai da anni e che è qui per trascorrere le feste. Io soffio ancora sangue e un po’ comincio a preoccuparmi, perché mi gira pure la testa, ma va bene così, il Napoli è sangue e passione. Un giro al Vomero, una zona elegantissima che non avevo mai visto, con punti dai quali si domina la città. Torniamo a casa in metropolitana e Gino mio, mi racconta la storia della metropolitana di Napoli. Ogni stazione è stata assegnata ad un artista contemporaneo, che l’ha costruita secondo un proprio stile: la fermata Toledo è la fermata più bella d’Europa, secondo la rivista britannica Telegraph. Bassolino sarà anche stato stronzo per la storia dell’immondizia, ma tra la riqualificazione di piazza Plebiscito e l’idea della metropolitana, vi ha lasciato due autentici gioielli: custoditeli gelosamente e andatene fieri, amici napoletani. Alle 16.30 rientriamo in casa, giusto prima di un acquazzone, Napoli ci sorride. Lo prendo come un segno. Aspettiamo gli ospiti per la cena a casa, ecco che abbracciamo di nuovo Renata, questa volta con il compagno, Antonio, e finalmente Donatella. Un’altra di quelle persone con cui mi scrivo spesso. Donatella conosce in fatto di calcio; addirittura conosce le caratteristiche dello Swansea, la squadra che affronteremo in Europa League. E poi una persona che utilizza il temine insipiente per descrivere un calciatore poco gradito, non si può non amare (amici di Sky, assumetela, ne avete bisogno. Se non sapete al posto di chi, chiamatemi che un paio di idee ce le ho). Dopo cena da “Birra e Bollicine”, il pub di Angelo, sì, Malato anche lui. Ne conosco altri, di Malati: Christian, Vincenzo, Paolo, Carlo e lui, Fefè, uno di quelli che ha cercato i biglietti dello stadio per me e mio fratello. Nel pomeriggio ci aveva fatto sapere che non sapeva se sarebbe passato, che doveva sentire prima la moglie: “Dì a tua moglie che la mutanda a Napoli non si ha tutti i giorni, che è un po’ come quando ci sono le giostre in città, capirà” gli ho risposto.

946960_10201866128327419_531232762_nMi aspettavano tutti, sono tutti lì per me, mi dice Gino, e qualcuno si è fatto pure i chilometri per conoscermi, perché non vive a Napoli città. Dopo dieci minuti, capisco perché Gino, quando mi ha invitato a casa sua, ha tenuto a precisare che mi avrebbe fatto conoscere di persona Fefè: prende forma, nella mia testa, la malata idea che Didì, Vavà e Fefè avrebbero fatto bene come il celebre trio brasiliano, poi afferma: “Mia moglie è la migliore del mondo, anzi dell’universo, perché anche dopo l’arrivo dei nostri figli non mi ha mai negato lo stadio!” e lì, mi convinco definitivamente che Didì, Vavà e Fefè avrebbero fatto anche meglio. Intanto Maria, la ragazza che ci ha trovato i biglietti nei distinti inferiori, si sta informando per capire se riusciremo ad entrare in curva B, insieme alla gran parte dei Malati. Per messaggio, ci garantisce solo (si fa per dire) l’ingresso ai superiori, il suo settore, ma l’idea rimane quella di provare comunque con la curva. Ci penseremo, ora è il momento delle birre trappiste, quelle delle abbazie in Belgio. Scopriremo poi che è un passaggio cruciale questo della birra belga. È notte fonda, tutti a casa, domani è il Gran Giorno.

foto 3

Ci svegliamo di buon ora e ci facciamo una doccia (che strano napoletano, questo Gino, pensate: si fa la doccia tutti i giorni!), alle dieci e mezza siamo già nei pressi dello stadio San Paolo di Napoli. Ecco Maria con i nostri biglietti, cresce la cernita dei Malati che sin qui ho conosciuto. “Dove lo mettiamo O’Slip?” “Portiamolo in curva!” “Eh, ma rischia di non entrare!” “lo mettiamo negli inferiori” “Ma no, fallo andare con Maria che può portarlo nei superiori!”: guaglió, non so voi, ma io gli slip li tengo nel primo cassetto in basso. Alla fine si decide per la soluzione dei disitnti superiori, è lì che vedrò la mia prima partita al San Paolo. Non appena ci mettiamo in fila per entrare, arriva il pullman con i nostri beniamini e il primo viso che incontro è il suo: Rafa ci saluta con un sorriso disteso. Se non avessimo preso quella decisione, non l’avrei mai visto. Lo prendo come un segno. È il secondo. Prima di raggiungere i posti a sedere, vado a conoscere Enrico, il presidente dei Malati, anche lui mi avvolge con un abbraccio fraterno e stranamente già familiare. Mio fratello torna dal bagno (perché mio fratello la tensione la scarica così), mi guarda e mi chiede se sto male, che ho gli occhi strani. Eh, Nicolò, per me è la prima, te lo spiego poi che cos’ho. Parte la colonna sonora del pre partita: “la la la la la la life is life!” e poi quella bella canzone di quel tipo svedese, quella che fa “so wake me up when it’s all over”, ma a me no, a me non svegliatemi più. Pezzo a pezzo Il San Paolo si riempie in ogni ordine di posto, è tutto esaurito, è una semplice partita di campionato, ma è tutto esaurito. Lo prendo come un segno. Siamo a tre. Pezzo a pezzo capisco perché dicono che sia uno stadio unico ed emozionante, l’unico stadio con due curve che cantano alternandosi e sovrapponendosi l’una all’altra senza soluzione di continuità, ma cantando entrambe per la stessa squadra; pezzo a pezzo capisco perché Yaya Touré ha dichiarato che è l’unico stadio che gli ha fatto tremare le gambe, capisco che è tutto vero quello che dicono, che è una bolgia di passione trascinante, anzi no, di più. Mi viene in mente il mio amico Fobby quando, di ritorno da New York, mi disse: “Ale devi andare assolutamente, si sente la presenza di Lennon in maniera incredibile”. Ecco, è così, al San Paolo ci ha giocato Diego e Diego è lì, è ancora lì. Non se n’è mai andato. Sono le 12.30 di lunedì 6 gennaio 2014: inizia Napoli-Sampdoria ed esce anche il sole. Lo prendo come un segno. Ho perso il conto. Alla fine, l’onore del mio battesimo (perché credetemi, per loro è un vero onore) ce l’ha Antonio, è lui che è seduto accanto a me e dall’altra parte c’è mio fratello. Scandire a squarciagola M-E-R-T-E-N-S! Finalmente, dopo trentatré anni, posso farlo anche io. Finalmente capisco che la birra belga della sera prima era l’ennesimo segno della nostra vacanza. In fondo, ho anche dei parenti da parte di mia mamma, emigrati dalla Calabria in Belgio. In fondo, se vi guardate bene dentro, scoprirete che c’è un po’ di Belgio in ognuno di noi. E poi, diciamoci la verità: il Belgio è un paese bellissimo. Traversa riga non è gol, palo palo nemmeno. Qui andiamo oltre i segni, fate i bravi, oggi O’Slip e o frat sono allo stadio, potete tirare anche per due giorni, la palla non entrerà mai. Intanto continuo a soffiare fuori sangue, ma oramai non me ne frega più un emerito cazzo. Perché il Napoli è sangue e passione, condivisione e fratellanza (dentro allo stadio), gioia e sofferenza. Fuori dallo stadio conosco Matteo, un ragazzo con il quale mi scrivo sempre, e dico sempre, prima e dopo ogni partita. Mi corre incontro e mi abbraccia; ci stringiamo forte come se non dovessimo staccarci mai, anche con lui, come se ci conoscessimo da sempre. Gli brillano gli occhi dalla felicità, anche a me credo, chiedete a lui per conferma. Dobbiamo salutarci subito, perché deve andare. Al Gazebo fuori dallo stadio, un’altra barcata di volti sconosciuti che associo a nomi già letti e riletti: Lucia, Peppe, Lina, Gianluca, Gianfranco, Mirtilla e la sua splendida famiglia e se dimentico qualcuno scusatemi ma c’è l’apoteosi dentro di me. Saliamo in auto e, su facebook, scopro che ci hanno inquadrato su Sky, vabbeh Barbareschi, ho capito, stai nel bagagliaio di Gino mio, dai, vieni fuori e dimmi che è il Grande Bluff. No, no, tutto vero. Tutti a casa a mangiare o raù che Gino mio ha cucinato tra la sera prima e la mattina (dieci ore, mi raccomando, non di meno eh!). L’avventura non può che chiuderla lui e sempre lui: Gino, davanti a mio fratello che canta i classici napoletani con la sua proverbiale pronuncia perfetta, mi guarda e dice: “Quello è un miracolo genetico, ma ti rendi conto di cosa sta succedendo in casa mia??!”. Gli luccicano gli occhi, a Gino mio.

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Lunedì 6 gennaio 2014, ore 22.45, atterriamo a Malpensa. Torno a casa e riordino le idee per scrivere questo pezzo. È tardi, domani sveglia alle 7.15, crollo. È domani, sveglia alle 8.30, ma solo perché mi chiama Riccardo, un mio ex collega, è tardissimo. Ve l’ho detto: a me non svegliatemi più. Grazie a tutti, a chi c’era, ma anche a chi non c’era, ma avrebbe voluto. Avrei potuto semplicemente scrivere che non conoscevo Napoli, ma che Napoli già mi conosceva. Però non mi avreste creduto, avreste pensato ad un’esagerazione, così no, così sapete che è tutto vero. Ah, e in tutto questo, non mi hanno nemmeno rubato l’orologio, ma tranquilli, è solo perché io l’orologio non lo indosso.

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