El Pibe de Oro

Maradona Mundial

Con buona pace della Fifa e delle patacche che consegna annualmente in quel di Francia, il 5 luglio di quest’anno, cadrà il trentesimo anniversario dalla presentazione, allo stadio San Paolo di Napoli, del miglior calciatore che la storia abbia mai conosciuto.
Il migliore.

Perché quello che ha fatto, lo ha fatto dopo quell’infortunio a Barcellona che gli costò, secondo lo specialista che lo operò, il 30% della mobilità della sua caviglia sinistra. Sì, quella.

Perché in un’intervista da piccolo dichiarò: “Io ho due sogni, il primo è giocare nel mondiale, il secondo è vincerlo”. E da grande realizzò i suoi sogni.

Perché si spostò da Barcellona, non per andare in un altro club che puntava a vincere, ma in un club che doveva salvarsi. E lo salvò. Poi, fece il resto.

Perché è entrato nel cuore di un bambino che viveva lontano da lui, che ricorda poco di lui, ma che ha ancora nelle orecchie e nella mente i caroselli di auto in una città del nord, la sera della coppa Uefa. Evento unico, anche per quei caroselli.

Perché durante le cerimonie non si vestiva e non si faceva vestire come un Power Ranger.

Perché quello che ha fatto, lo ha fatto con una malformazione congenita alla schiena che, a volte, gli impediva anche di camminare.

Perché dopo quella coppa Uefa, dichiarò: “quando alzi una coppa, sembra che sei il migliore e che sei il più buono, ma per me non è così, per me anche quando perdi rimani la stessa persona”.

Perché quello che ha fatto, lo ha fatto con lo stile di vita che aveva. E provate voi, a far vivere un mese di quella vita ad uno qualsiasi dei vostri idoli, in qualsiasi sport. Nemmeno camminerebbero. Altro che doping.

Perché è entrato nel cuore di un altro bambino, più piccolo di quello di prima, ma lontano uguale da lui e che ancora oggi, davanti ai suoi filmati, piange.

Perché sicuramente quando lo chiamiamo D10S, esageriamo e cadiamo nel profano. Ma intanto era figlio di un falegname.

Perché, ogni Natale, andava nelle zone più disagiate di Napoli, per distribuire fior di milioni in beneficenza ai bambini bisognosi. Bambini nei quali, probabilmente, si rivedeva. Ma questo non lo sapeva nessuno, questo lo si è saputo dopo.

Perché rimane tutt’ora l’unico motivo di forte dissenso, quasi rabbioso, con mia madre. La ricordo bene, quando schifata gli dava del buffone, del fallito. La ricordo bene quando davanti alle immagini del suo matrimonio, inveiva contro di lui, dicendo che era uno schiaffo alla miseria. Ma i miti devono essere così, come lui, si devono prendere carico anche delle nostre paure, devono essere quelli che, davanti alle debolezze umane che abbiamo tutti, quasi soffocano, le soffrono più di ogni altro, cadono, ma poi si rialzano. E lui era così, terribilmente umano e per questo così vicino a me, che non sono perfetto, che non leggo e non mi preoccupo di finire su di una copertina di Famiglia Cristiana.

Te quiero, Diego.

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