Trentadue anni di nebbia e Napoli

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‘Quando sono arrivato a Napoli ho visto i bambini giocare per strada con le maglie di Juve, Milan e Inter, ma non con quella del Napoli’.

Non cito testualmente, ma è questa la frase che mi ha colpito di più di questi primi otto anni di De Laurentiis a Napoli. Già, perché realizzare che quei bambini, cresciuti ai piedi del Vesuvio, che parlano napoletano e che sono figli di chi, negli anni d’oro  sull’altare degli scudetti e della coppa Uefa, era in giro a fare festa, non tifano Napoli, mi ha fatto male e mi ha sorpreso. Io, che non sono nato a Napoli, che non parlo il dialetto lombardo, ma nemmeno il napoletano, che sono stato a Napoli solo due volte e che non ho mai visto la mia squadra giocare al San Paolo, non posso accettare una cosa simile, perché di fede partenopea sono cresciuto, lontano e isolato. Da mio nonno a mio padre e da mio padre a me e mio fratello. Non si sceglie, è così e basta. Tifare Napoli non è una mera questione di convenienza per cui in quel momento è la squadra che vince di più e allora cresce una generazione di tifosi del Napoli, no, tifare Napoli è diverso, un’altra storia.

Avevo tra i quattro e gli otto anni, si giocava tutti la domenica pomeriggio, le partite passavano alla radio e la televisione non dava tutta questa risonanza al calcio, quando Maradona ci trascinò verso l’impensabile. Di quel periodo, ricordo bene i caroselli di auto in giro per Busto Arsizio dopo la notte di Stoccarda, ricordo la mia frustrazione dovuta al fatto che ero troppo piccolo e non potevo partecipare adeguatamente alla festa. Di quel periodo, dell’unico periodo vincente, in cui ci sarebbe stato da festeggiare, mi ricordo solo che non ho potuto festeggiare. Assurdo, non trovate? Eppure, tifo Napoli.

Mi ricordo molto meglio i vari Beto, Di Canio, Carbone, “Il Cobra” Agostini, Thern, le prodezze di Taglialatela, Cannavaro Senior e la coppa Italia perduta contro il Vicenza. Eppure, tifo Napoli.

Ero lì, quando Pecchia nel ’95 segnò a Torino, contro la Juve, il gol del provvisorio zero a uno; c’era Boskov in panchina e fino al pareggio di Vialli, giunto dopo una manciata di minuti, il mio Napoli era proiettato in testa alla classifica, in solitaria. Balzai in piedi incredulo, che gioia provai. Sufficiente, per tifare Napoli.

Poi la storia la conosciamo tutti, finimmo per ben due volte nella polvere della retrocessione, fino al fallimento. Il vuoto. Il nulla. Eppure, tifo Napoli.

Alla fine, è arrivato il patron Aurelio e siamo risaliti, dalla C alla “Chempion”. Ha ripulito la città, ma non dall’immondizia, ha ripulito la città dalle maglie a strisce verticali. Sì.

E adesso che il tweet dell’ufficalità è arrivato, io sono pronto a vivere la mia tentatreesima stagione da tifoso del Napoli, anche se al san Paolo non ci sono mai stato, anche se del periodo degli scudetti mi ricordo ben poco, anche se la pizza da “Michelino” non l’ho mai mangiata. Trentatre volte Napoli, senza mai capire il perché. O meglio, il motivo l’ho capito fino in fondo due stagioni fa quando abbiamo battuto il City. Lo sguardo incredulo e sbigottito di mia madre davanti ai miei balzi sul tappeto, io, che di solito guardo la partita in maniera pacata, ero più scalmanato di mio fratello e mio padre messi insieme; non riuscivo a stare fermo, ero letteralmente impazzito di gioia. Ecco, in quell’esatto momento ho capito perché tifo Napoli, in quel preciso istante ho capito che ero un napoletano, le mie urla e la mia gioia erano pari a quelle dei tifosi allo stadio. Non c’è bisogno di un perché o di tanti scudetti e trofei da mostrare agli avversari, per sentirsi fieri e sicuri di tifare Napoli. Si tifa Napoli e basta.

E rileggendo questo scritto, per correggerlo, mi sono accorto che manca anche poco per essere come Napoleone, perché rileggendo questo scritto ho contato che sono due le volte in cui siamo finiti nella polvere, ma solo una quella in cui siamo finiti sull’altare.

Adesso che c’è anche l’ufficialità presidenziale, sono pronto: Vamonos quagliun!

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