Felicità

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Il soffitto bianco, un cameretta, le voci che provengono dalle altre stanze, rumori di posate e bicchieri sistemati con ordine nelle credenze, lo scroscio dell’acqua che scorre nel lavandino in cucina e quel continuo vociare chiassoso di parenti, risate, parole, comunione di momenti già vissuti e rivissuti; una fotografia familiare alla quale Paolo non sta presenziando più, perché è lì, sdraiato, ad osservare quel soffitto bianco. Solo, nella sua cameretta, si gode quel breve momento di pace inquieta, prima che il tempo la guasti, prima che gli altri realizzino, prima che la consapevolezza negli altri della sua rinnovata assenza ammutolisca quel quadretto di nonni, zii, cugini e genitori, prima che tutti lo vadano a cercare, rovinare, disturbare e imbottire di entusiasmi futili, di emozioni inutili che Paolo oramai fatica a cogliere, capire, vedere, amare. Si è abituato, anno dopo anno. L’aspettava, per un attimo ha creduto di no, ma in cuor suo sapeva, prevedeva che sarebbe accaduto.  Come molte altre volte è sdraiato sul letto a fissare il soffitto bianco, la regolarità di questo suo spegnersi la conosce bene, è normale, come sempre, all’improvviso, credeva di no e invece eccolo lì, annoiato a sfogliare i pensieri nella sua testa.

Poco prima aveva sorriso alla nonna, regalandole uno di quei sorrisi che fuori splendono, ma che dentro percorrono la scala cromatica dei grigi: “Come stai gioia mia? Tutto bene con i tuoi studi?” “Bene nonna, bene”; Paolo è molto affezionato a questa sua nonna, una signora robusta nell’aspetto e nelle maniere, vedova da qualche tempo, esperta in cucina e poco incline a rispettare i modi e i costumi generalmente ricondotti alla classica figura di nonna: niente paghette settimanali, nemmeno ai nipoti più giovani, regali scarni e tutti uguali, per celebrare le varie ricorrenze, ed esternazioni brusche, poco adatte a dei nipoti. Percorrendo con uno sguardo distratto il bianco intonaco di quel soffitto, Paolo ripensa ancora a quella volta che lei gli disse: “Per forza che ti ha lasciato, tu hai preso a suonare e a pensare alla musica, dimenticandoti di dedicarle il tuo tempo e lei si è stancata e se ne è andata”. Quanta verità e quanta menzogna, in quella frase; quanta incomprensione e quanta saggezza, in quel pensiero; quanta crudeltà e quanta apprensione in quella sentenza buttata lì, all’improvviso, in un qualsiasi pomeriggio dell’anno. Quanta rabbia, quanto orgoglio, quanto sconcerto e quanta paura invadono Paolo, ogni volta che ripensa a quelle parole che la nonna gli ha voluto dedicare in un giorno nemmeno troppo lontano. Ma è anche e soprattutto per questo che Paolo si impegna e, appena possibile, salta in macchina e consuma quel tratto di strada che lo separa dalla nonna per andarla a trovare: perché è cruda e sincera, come la vita, perché è nostalgica e triste, come lui. Di quelle nostalgie che, una volta incontrate, non si abbandonano facilmente, come le canzoni degli Smiths; di quei veli di tristezza leggeri, che si depositano anno dopo anno, intorpidendo le passioni, gli interessi, l’anima, la mente. Di quelle tristezze che si impossessano, un pezzo alla volta, di ogni entusiasmo per le cose di tutti i giorni, che creano una dipendenza terribile ad ogni loro ritorno, che rintontiscono fino a disturbare il sonno, appiattendo l’essere con una regolarità ciclica spaventosa e lasciando l’individuo inconsapevole, a vagheggiare nel nulla osservando un soffitto per svegliarsi sempre più tardi.

Eccolo lì, Paolo. Di nuovo. Come ogni anno ad osservare quel soffitto nell’attesa, prima che attorno a lui si scateni l’inferno. Con gli occhi ancora stropicciati di sonno, nonostante sia tardo pomeriggio e abbiano appena terminato di pranzare, perché le sue giornate fanno capolino sempre più tardi, appunto, perché la testa è pesante nonostante le ore di sonno che non bastano mai e che a volte non arrivano nemmeno. Quella mattina stessa, appena sveglio, aveva provato un enorme disagio incontrando sua cugina fuori da camera sua: “Ciao Paolo è mezzogiorno passato, siamo già arrivati tutti, manchi solo tu. Guarda, fuori c’è la neve”. Sta pensando a come la cugina lo aveva guardato sconcertata in quel momento e a come lui, scostando una tenda per osservare il giardino imbiancato e addobbato a festa, fosse rimasto senza parole, non sapendo che dirle, ma soprattutto non sapendo che dire nemmeno a sé stesso. Perché Paolo una spiegazione non ce l’ha, è inerme. Non aveva fatto nemmeno tardi, la sera prima. E il peggio sono quei crolli improvvisi, quando arrivano, lo scuotono e lo portano lì, sul suo letto, a cercare la pace nel silenzio. Anche quest’anno è crollato, anche questa volta è lì, a cercare il vuoto nel suo soffitto e ad aspettare, mentre gli altri, di là, continuano a celebrare quella giornata speciale con risate e frittelle, prima di ammutolirsi per la consapevolezza della sua assenza improvvisa.

E arriveranno esperti, dottori e stregoni; pozioni, rimedi e psicofarmaci per psicodrammi di microcosmi nella mente. E pianeti in spazi interstellari; comete che esplodono nella testa, terremoti ed irrequietudini interiori. E come ogni anno gli esperti parleranno, analizzeranno, proveranno soluzioni nuove, teorie applicate in chimica per tamponare quel male periodico e regolare. E come ogni anno sbaglieranno diagnosi e lo cureranno dalla depressione, quando invece è  solo Natale.

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