Storia di vita vissuta.

siringhe nipro

Ricordo che entrai in ospedale tra febbraio e marzo, dovevano operarmi al setto nasale perché non respiravo bene. Nonostante tutte le liberatorie firmate prima del ricovero, capii che tutto sarebbe andato per il meglio nella sala pre-operatoria, quando mi infilarono una cuffia di carta bianca e un infermiera guardandomi disse: “Dopo tocca alla signora…”.

La pre-anestesia era una cascata gelida nelle mie vene; mi agitai convinto che l’ago fosse infilato male e il liquido freddo stesse scorrendo sulla mia pelle e non sotto. Accecato da riflettori tipo San Siro, mi ritrovai sdraiato sulla tavola della sala operatoria: l’anestesista me ne diede un’altra botta e tornò dopo dieci minuti chiedendomi come stessi: “Tutto normale” risposi e allora rincarò la dose nella flebo; passarono sì e no dieci secondi e ancora una volta l’anestesista: “E adesso? Come va?”. Io, debole e confuso: “Gira tutto, però è divertente!”, “Eh sì”, mi disse, “qui in ospedale abbiamo roba buona!”.

Una voce, dal marcato accento del sud, chiamava il mio nome insistentemente: aprii gli occhi ed un terribile mal di testa mi riaccolse nella stanza dell’ospedale che condividevo non ricordo con chi. Mi sentivo gonfio e quei fastidiosi tamponi che non mi facevano respirare, sembrava arrivassero fino al cervelletto. Nei giorni successivi, utili alla mia convalescenza, conobbi il signor Ancona, un anziano signore di novantadue anni stracolmo di storie nostalgiche sul fascismo. Ricordo che nella sala mensa del reparto ottorino laringoiatra, il nome è assolutamente indicativo della serenità che circola in quel reparto, lo odiavano tutti per il fatto che fosse solito commentare le notizie del telegiornale, disturbando l’ascolto degli altri malati. Secondo me, invece, era uno spasso.

La penultima notte, prima di tornare alla vita di sempre, fu terribile. Avevo dolori che non si placarono nemmeno con una puntura e allora l’infermiera mi diede un bel pastiglione di cortisone. Realizzai chiaramente nella mia testa che il cortisone non faceva decisamente al caso mio: insonnia, senza dolori, ma insonnia.

Di quella cinque giorni tra casi spacciati e dottori sclerati mi ricorderò per sempre di tre cose: il signor Ancona, il fatto che con una cuffia di carta in testa io sembri una signora e, infine, il fatto che in ospedale ci sia roba buona.

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