L’amore sfiorito in un portico di provincia

Vi ricordate di Pettirosso, l’amore che vi ho descritto settimana scorsa?
Assurdo, l’ho trovato morto sotto il portico di casa mia. No, non ci siamo. No, non è un bel periodo. È venuto a sfiorire da me, come fossi l’autunno. È venuto a spegnersi da me, come fossi un cimitero.
Addio, amore mio, non ti dimenticherò mai. I tuoi voli pindarici, mentre io imparavo a suonare, gli stuzzicadenti nelle fessure delle musicassette originali, per sovra-incidere e riascoltare. Riavvolgere i nastri che si inceppavano in quel mangia-cassette difettoso e tu che mi guardavi, i libri di diritto e le tue storie sulle stelle. Ti portavo fuori a bere, mi portavi a ballare, sognare. Sei stato questo, per me: un amore vero. Ma tu non sei un nastro che si può riavvolgere e nemmeno una poesia da rileggere, le tue ali non accarezzeranno più il vento semplicemente perché le musicassette non si trovano più.
Ancora una volta mi dicono sia il tempo che passa, ma sbagliano; sono io che sono irrequieto, sono io che non mi fermo mai.
Hai smesso di volare, ho smesso di suonare. Hai finito di vivere, ho smesso di ridere. Hai finito di giocare, ho smesso di sognare.
Sei un bemolle di ricordi che non si può incidere su un nastro, ma si può solo cantare. Madre Natura suonerà per te e io l’accompagnerò per molte lune, le tue lune. Quelle che un tempo erano storte.
Addio, amore mio.

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