La cura

pietro

Ogni giorno mi alzo, faccio colazione con i ragazzi, un po’ di esercizi fisici per liberare la testa dai cattivi pensieri e poi mi appoggio alla mia finestra,  accendo una sigaretta e vi osservo da qui. Raggruppati, infognati, raggrumati, aggrovigliati, soffocati dalla vostra disperazione. Quegli scatti nervosi sono l’espressione innegabile della vostra schizofrenia latente, lacerante, vi consuma da dentro. Inconsapevoli, vi fate divorare senza opporre resistenza, senza alcuna precauzione, inghiottiti in un imbuto che vi priva di qualsiasi senso critico, vi dibattete ogni giorno come pesci in una rete. Criceti da laboratorio. Ecco come vi vedo da qui, dalla mia finestra.

Ogni giorno vi alzate, fate colazione e poi vi accendete una sigaretta, due, tre ed eccovi lì, puntuali come sempre. Nelle giornate più divertenti anche io mi accendo la seconda e, nei giorni in cui posso godere un po’ più a lungo della vostra benedetta compagnia, le sigarette diventano anche tre o quattro. Poi aspetto l’ora del pranzo, sereno. E le giornate passano, tutte uguali, per me e per voi, si susseguono nutrendo la mia serenità che cresce e mi sazia ogni tramonto di più, grazie a voi, miseri esseri dalla presenza dimessa e rassegnata.

Ci sono sere in cui parlo di voi ai ragazzi, della vostra insulsa maniera di vivere la vita e fantastico sulle vostre esistenze, ma non trovo complicità, non mi ascoltano. “È una vita che non avrai mai” mi rispondono, sempre con quel tono compassionevole, ma io una vita come la vostra non la voglio mica, siete solo un passatempo che inconsciamente è diventato anche il segreto del mio pacifico scorrere. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, un mantra; mi sono affezionato a voi, voi siete la cura.

Vent’anni fa ho pugnalato la mia anima, un tonfo vuoto proprio in mezzo allo sterno, un rumore sordo, un respiro soffocato in un momento, quel momento. Per sempre.

Non dimenticherò mai quello strappo di rabbia omicida che mi dilaniò in un’ora o poco più. Quegli schizzi di sangue ovunque, quelle pareti imbrattate da fiotti che spruzzavano e sgorgavano dai loro corpi violentati e io che non mi fermavo: continuavo a colpirli, ancora, ancora, ancora. I brandelli di carne viva e i loro organi che rimanevano impigliati alla lama del mio coltello da cucina e quella pozza di sangue che lentamente inzuppava il tappeto del mio salotto. Un ricordo ancora vivo. Quella sera tornai prima, giù al cantiere avevamo finito in anticipo, volevo farle una sorpresa, l’amavo molto e al mio rientro non la trovai sola. Uno strappo di gelosia omicida.

Vent’anni fa ho pugnalato la mia anima, un tonfo vuoto proprio in mezzo allo sterno, un rumore sordo, un respiro soffocato in un momento, quel momento. Per sempre. Meglio, fino a quando non ho incontrato voi.

Piacere, mi chiamo Pietro Merati e dal 2002 mi trovo nel carcere di Bollate. Pensato e inaugurato come istituto di media sicurezza è stato poi destinato, per una parte, a quelli come me. Hanno tentato di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri, trasferendoci da San Vittore, dove la vita era diventata ormai insostenibile ed eccomi qui, a trascorrere i miei giorni in questo edificio che insiste sull’autostrada dei laghi, a due passi da Rho – Fiera. Ed eccovi lì, imbottigliati ogni giorno in quel tratto di autostrada maledetto, disperati, lacerati, inconsapevoli vi cullate nella rassegnazione. E io vi osservo da qui, dalla mia finestra, siete la mia unica compagnia, non ho figli e nessuno mi viene a trovare, i miei genitori non li vedo da allora, mi hanno disconosciuto. Non esiste giorno di visite, per me. Ma è osservandovi attimo dopo attimo che è sorta in me la convinzione che, in fondo, io non sono così disperato. Il tempo scorre più veloce e più sereno da qui, dalla mia finestra, mentre invecchiate ogni minuto di più, nello stress delle vostre giornate, ignari del fatto che esiste un uomo che vi osserva tranquillo, da delle grigie inferriate, boccata dopo boccata.

Voi, siete la mia cura.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...