La zia Tita

bicicletta

Vorrei  dedicare queste righe domenicali alla zia Tita, Francesca per l’anagrafe, Franceschina per sua sorella, che poi era mia nonna, zia Tita per tutti gli altri, anche per voi.

La zia Tita è stata una seconda nonna, perché è sempre stata con noi, quando passavamo le estati a giocare nella villa dei miei nonni paterni; infatti, quand’era poco più che ventenne, soffrì a causa della morte del suo fidanzato e, da allora, si trasferì a vivere con mia nonna, perché l’amore è uno e uno soltanto nella vita o almeno nella sua è stato così. Io lo so perché una volta, stranito dal fatto che non fosse sposata come mia nonna, le chiesi se avesse mai avuto un fidanzato  e mentre lei mi rispondeva che era morto, vidi nei suoi occhi la voglia di non parlarne mai più e così fu: non le chiesi più niente a riguardo per il resto della sua vita.

Lei è stata la vecchina più incredibile e divertente che io abbia mai conosciuto, era quella che ad agosto usciva supplicandoci di rientrare perché c’era la nebbia, quando invece erano le cataratte a provocarle quella fastidiosa foschia; era quella delle storie da ridere prima di addormentarsi; era quella che quando eravamo in vacanza, ci svegliava comunque alle sette, perché la giornata andava vissuta, goduta; era quella che dovevi stare attento al tuo piatto di patatine se non volevi che te le finisse in un batter d’occhio; era quella che per muoversi usava solo la bicicletta; era quella che il giorno del suo novantesimo compleanno prelevò tre milioni di lire perché doveva pagare il pranzo a tutti, solo che eravamo una quindicina di persone, non cento. E quel compleanno lo portò a termine, fino in fondo, fino al limoncello, nonostante avesse quasi un secolo sulle spalle da raccontare.

Me lo ricordo ancora come se fosse oggi,  quel giorno da gelo nelle vene: era morta, esanime, sul divano della lavanderia. Chiamammo il dottore che dopo una breve visita ci confermò con uno sguardo che la zia Tita se n’era andata, per sempre. Allora mia nonna si preoccupò di chiamare il prete per l’estrema unzione;  perché erano donne di Chiesa, erano donne da un rosario al giorno e non poteva lasciare andare via sua sorella così, senza la grazia di Dio. Preparate tutte le cianfrusaglie utili allo svolgimento del sacramento, il prevosto si avvicinò alla zia Tita e, a quel punto, lei spalancò gli occhi improvvisamente, guardò la figura vestita di nero con in mano l’olio benedetto, utile per passare a miglior vita, e gli urlò nel suo tipico dialetto di Ferno: “Uè, ci vai tu, mica io!”. Si alzò e proseguì la sua giornata, come se nulla fosse accaduto.

Ora capite perché le ho voluto dedicare questo scritto? Perché di persone così, bisogna sempre scrivere, raccontare, tramandare, perché il loro rapporto con la vita è qualche cosa di unico e speciale, che non ci è dato di capire né di vivere, ma solo di osservare. Perché le persone così non muoiono mai, semplicemente, ad un certo punto, si addormentano, senza fare rumore.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...