Donne da sballo e bicchieri di cristallo

tazza

Ricordo che i miei organizzarono un viaggio in macchina attraverso l’Europa, era l’estate del 1991 e avevo dieci anni.

Partimmo con l’auto da Busto, in direzione Novara, perché mio padre voleva prendere l’autostrada da quelle parti, sosteneva che fosse più veloce e più comodo per noi. Dopo qualche ora, arrivammo all’ingresso dell’allora misterioso tunnel del Monte Bianco: tredici chilometri circa di luci artificiali e auto ordinate in due colonne che procedevano a ritmo regolare; pensavo che saremmo sbucati dall’altra parte del mondo, a me e mio fratello sembrò lunghissima quella montagna.

La prima tappa del nostro giro era Parigi, con l’Euro Disney a seguire o precedere  (non ricordo bene) la visita alla torre di ferro, simbolo della capitale transalpina, i musei, l’autoritratto di Van Gogh e quei boulevard impregnati di romanticismo e fascino innegabili. La giornata al parco di Topolino e soci, invece, fu caratterizzata dall’attesa alla fermata della metro, perché un tizio, da qualche altra parte, si era gettato sui binari, poco prima che un treno lo lacerasse per sempre. Poi sì, vennero Topolino, qualche attrazione divertente, il cinema in tridimensionale con un film di Michael Jackson e un inconsapevole, quanto evidente, senso di delusione. Mister Disney tradì inesorabilmente le nostre entusiastiche aspettative fanciullesche.

Abbandonata la città dell’amore, prendemmo la via che si dirigeva verso quella che, in verità, fu il pretesto che diede vita al nostro viaggio di tre settimane: la visita all’azienda dove lavorava mio padre, con annesso un invito a pranzo a casa del padrone. Il vecchio Durand era una persona semplice, girava con una Peugeot 206, viveva in un castello con una riserva di caccia interna al parco e un recinto con quindici daini, aveva un club con un campo di golf e un’azienda che produceva su scala mondiale cristalli e vetro per la casa. Piatti calici e bicchieri. A pranzo, ci servì una cameriera che veniva richiamata in sala dalla signora, alla fine di ogni portata, agitando una campanella d’argento a forma di dama. E poi le posate erano appoggiate su bassotti, anch’essi d’argento, con gli occhi rosso rubino; ci si poteva specchiare per quanto erano lucidi. Il processo di trasformazione, da lava a calice, del vetro mi impressionò molto di più degli artigli nel film di Jackson.

Alla permanenza nella cittadina di Arc, situata a nord-est di Parigi, fece seguito il Belgio, un hotel di periferia, giusto il tempo di una sosta prima di giungere da lei: Amsterdam, la Venezia del nord- Europa. La città del gioco delle tre carte, de ‘la pallina c’è la pallina non c’è, dov’è la pallina?’, la città degli artisti di strada, degli uomini statua talmente credibili da ingannare anche i piccioni. Mio padre ci guidò attraverso quei canali come fosse una guida esperta, ci portò a vedere anche la casa di Anna Frank, ma un pomeriggio ci perdemmo e girato l’angolo, la prima cosa che notai, fu una signora bellissima che posava in vetrina e che si sistemava uno strano reggiseno con dei gingilli che le cadevano dai capezzoli.

L’ultima tappa che ricordo del nostro viaggio fu alle porte della Foresta Nera, in Germania, ripensandoci ora, forse Friburgo, ma non importa, perché, ricostruendo questa vacanza, mi sono reso conto di conservare in particolare due emozioni: un senso di surreale stranezza e tanta, tanta delusione. Stranezza perché il ricordo più nitido che conservo da bambino, del parco dell’Euro Disney, non è Topolino, Pluto o qualche gioco, ma un disperato che si è ammazzato, chissà per quale motivo, bloccando mezza rete ferroviaria parigina per quasi una mattinata. E delusione perché quando nel 2010 sono tornato ad Amsterdam con i Taxis, ho goduto della città, ho suonato, mi sono divertito, ma per quanto io ci abbia provato, quella puttana dal seno perfetto no l’ho più trovata.

Un pensiero su “Donne da sballo e bicchieri di cristallo

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