Le giostre

Si organizzava di andare alle giostre, per sentirsi uomini duri. Il galeone dei pirati, il calcinculo, “prendi la coda che vinci un giro!”; il tira-pugni e il pungiball che mortificavano il mio ego. Le compagnie di bulli col giubbotto dell’essenza che ci sembrava comandassero il mondo, le autoscontro e la paura di tamponare la macchina sbagliata. La musica a palla e le luci che mi frastornavano: io non ci volevo andare alle giostre, però si organizzava di andarci. Solo una volta, con i miei,  ricordo di aver vinto un pesce rosso: morì dopo tre giorni. No, io non ci volevo proprio andare. Per fortuna c’era lei, me la ricordo bene: una fata. Elegante e suadente si muoveva con armonia, le mani sottili che ondeggiavano con grazia dentro una strana macchina con il coperchio trasparente; io non riuscivo bene a vederci dentro, però lei la maneggiava con fare sicuro. Aveva gli occhi tristi e persi nell’eterno roteare, faceva magie. Dovevi solo allungarle cinquecento lire e lei, con le sue dita esili, infilava una bacchetta di legno nella misteriosa macchina e…WOW! Ti porgeva la bacchetta completamente avvolta in una nuvola. A me non piaceva molto, ma in mezzo a tutto quel frastuono multicolore, era proprio buono e rassicurante lo zucchero filato.

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