Erba sintetica, veline e feste da bere

C’è un buon motivo per percorrere la Salerno-Reggio Calabria, forse solo uno, ma c’è. Abbandonare quel tratto di strada, oramai dimenticato anche dai famigerati “men at work”, imboccando l’uscita di Villa San Giovanni, per lasciarsi alle spalle qualche curva e rimediare un clamoroso pugno nello stomaco. Uno spettacolo unico, imperiosa, un monumento naturale, si presenta solenne: la Sicilia. Per un attimo rimani intimidito, com’è possibile, non può essere lei, è ancora parte della penisola, hai l’impressione di poterla toccare con un dito, ma è lei. Se non senti la pelle accartocciarsi, lo stomaco arrotolarsi e un bel po’ di freddo sulla schiena, i casi sono due: o sei nato a Villa San Giovanni e ci sei abituato, o sei morto e stanno riportando la tua salma a casa.

Questa volta, Totò ha deciso di tornarci così nella sua amata isola, in macchina, percorrendo l’Italia da Nord a Sud, per incontrare di persona suo padre e condividere l’evento. Ora è seduto al bar del porto, che aspetta il traghetto sorseggiando una limonata. È aspra, ma dolcissima allo stesso tempo. C’è aria di festa intorno a lui, i ragazzi giocano con un pallone, rallegrati dall’imminente arrivo dell’estate che determina la fine dell’anno scolastico. C’è aria di attesa in tutto il Paese. Totò l’ha avvertita lungo tutto il tragitto, autogrill dopo autogrill, nel ristorante dove si è fermato a pranzare, nei primi tricolori appesi ai parapetti dei balconi, l’attesa per quella che è considerata una festa nazionalpopolare che coinvolge irrimediabilmente tutti i cittadini, anche quelli meno affascinati dalla manifestazione. E Totò si culla in questa attesa; è speciale, come il motivo del suo rientro a casa, come quell’isola che gli riempie lo sguardo di una fierezza che non aveva mai realizzato prima. Aspetta anche lui, con pazienza, ancora mezz’ora e potrà finalmente imbarcarsi. Destinazione Enna.

Totò, Miccia per i compagni, ha lasciato la terra natia all’età di quindici anni perché selezionato dalle giovanili dell’Atalanta; convinto dai genitori, nonostante la loro paura di separarsi così presto dal figlio,  ha superato le prime titubanze e si è trasferito nella provincia bergamasca per cambiare per sempre la sua vita. Durante tutto il terribile primo anno, Miccia ha parlato solo con qualche compagno del Sud, con la madre, nelle lunghe sere al telefono quando, singhiozzando le diceva di voler tornare a casa, e con la psicologa della società. Poi, gradualmente, si è ripreso, aiutato dalle sue doti innegabili e dalle visite frequenti dei genitori, ha suscitato sempre maggior attenzioni all’interno della squadra e fuori. A diciotto anni ha firmato il suo primo contratto da professionista, in lega pro seconda divisione, trasferendosi al Portogruaro con un ingaggio da trentamila euro l’anno. Festa per celebrare il momento? No. Miccia ha preso il primo volo su Catania, è andato a casa a salutare i genitori e, come promesso, dritto da Maria per chiedere al padre la mano della ragazza e portarla via con sé. Primo anno sorprendente: sfiorati i “playoff” per salire di categoria e osservatori di diversi club che si sono interessati al giovane talento. Totò ha bruciato le tappe firmando un contratto con il Varese calcio, in serie B. Altra stagione fantastica, ma a metà della seconda annata: crack! Tibia e perone sgretolati, stop di sei mesi. All’età di diciannove anni ha già rimediato il primo grave infortunio. Il nostro Miccia, però, non si è perso d’animo, ha cominciato la riabilitazione con un entusiasmo non comune; troppa la sofferenza che ha patito, nei primi anni lontano dagli amici e dalla famiglia, per fermarsi. Lavoro, lavoro e ancora lavoro. A due mesi dal totale recupero, però, un rumore sordo ha attraversato la sua anima: la morte improvvisa della madre per incidente stradale. Il fisico ha recuperato, ma la testa è assente; quel trascinarsi sul prato è stato fatale e, per la seconda volta, un altro maledetto infortunio. Il giovane atleta (non una promessa di sicuro avvenire, non un predestinato, ma solo un gregario di innegabile talento e con tanta gavetta davanti) è rimasto bloccato per quasi due anni ma, a dispetto delle malelingue, ha ritrovato il profumo speciale del prato ripartendo dalla Scozia, un’altra scelta radicale, coraggiosa, illuminata. Turchia, Germania, Spagna e di nuovo Italia, questa volta dalla porta principale. Miccia ha attraversato tutta l’Europa, a volte separandosi dalla moglie e dalla nuova arrivata Denise, a causa dei frequenti traslochi poco graditi alla compagna e poco indicati per la bimba nei suoi primi anni di vita eppure, grazie a questo suo girovagare, ha conosciuto amici che vivono un po’ ovunque nel continente e anche oltre.

Oggi Miccia ha ventotto anni, è sul traghetto, direzione Messina; ci sono dei ragazzi, ignari della sua presenza, che parlano del torneo che sta per iniziare e della vita dei calciatori, facile, divertente, ma, questa volta, Miccia non dà peso a quei discorsi. Il suo personalissimo palmares è arredato di tre scudetti (Scozia,  Turchia e Italia) e un’Europa League. Oggi è un giorno che deve assolutamente assaporare, minuto per minuto, sorso dopo sorso; goderselo. Di nuovo in macchina su quella stessa strada percorsa al contrario anni fa, il rientro a casa, l’abbraccio con il padre e quella frase che riassume la sua vita: “Papà mi ha chiamato il mister, sono convocato, vado a giocare i mondiali in Australia.”

Se vi capita di incontrare Miccia, che sia su una spiaggia qualunque o da “Giannino” a Milano, per piacere, non ditegli che la sua vita è facile, grazie.

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